© 2012 leonardo masi 13

Viali dell’Indipendenza (testo: Krzysztof Varga, foto: Roberto M. Polce)

Vi presento alcuni frammenti della mia traduzione italiana del romanzo di Krzysztof Varga Viali dell’indipendenza (Aleje niepodległości, 2010) edito in italia da Nikita.

I passi sono accompagnati dalle foto del fotogiornalista e traduttore Roberto Polce.

Quando è che ci siamo visti per l’ultima volta? si domandava Krystian Apostata osservando pochi minuti prima dell’esplosione dell’aereo la foto di Jakub Fidelis. Dove è stato, forse in qualche locale di Varsavia, per qualche compleanno? In questa città è impossibile ricordare cose del genere, perché niente dura a lungo. Se ci si ricorda bene di qualcosa accaduto a Varsavia, allora vuol dire che si trattava di qualcosa che sarebbe potuto accadere da qualsiasi altra parte oppure non accadere per niente. A Varsavia tutto cambia in continuazione e non necessariamente in meglio. Del resto neppure in peggio, pensava Krystian, tutto cambia e basta, un cambiamento continuo che non porta a niente, se non al fatto che scompaiono i locali ai quali uno si era abituato e bisogna trovarne di nuovi, si va a bere in un locale con la consapevolezza che comunque sarà una soluzione transitoria, che la pace che si è trovata è solo passeggera e che nel giro di un anno o due anche per quel posto arriverà la fine. È la città virtuale di un videogame nel quale si possono spostare gli elementi a piacere, costruire edifici orrendi e metterci dentro personaggi orrendi. Siamo personaggi dei “Sim”, qualcuno ci mette addosso vestiti buffi, ci sceglie il colore dei capelli e degli occhi, trova per noi occupazioni sterili, ci obbliga a intessere rapporti interpersonali e poi a lasciarli morire, e grazie a questo possiamo guadagnare o perdere punti, e chi accumula più vergogna e imbarazzo vince e il gioco finisce.

Krystian non riusciva a ricordare dove e quando si erano visti per l’ultima volta e questo lo tormentava come a volte ci tormenta la vista di una persona che non riusciamo a collegare a un nome. Nei sempre più rari momenti in cui usciva dal museo di mobili dell’era Gomułka in cui viveva, a Krystian capitava di incontrare alla posta, nella metro o da qualche parte fra via Chmielna e via Marszałkowska facce conosciute, persone che gli sorridevano con strana indulgenza, con le quali si scambiava una stretta di mano e diceva: bene, grazie, niente di nuovo, e loro: anch’io tutto bene, magari una volta ci vediamo e facciamo due chiacchiere, e lui: certo, molto volentieri, sono abbastanza libero, e loro: ho sempre lo stesso numero, chiamami, e lui: sì sì, ti chiamo, poi si salutavano in via Chmielna o in via Marszałkowska e Krystian non aveva la minima idea di chi fosse la persona con cui aveva appena parlato. Restava col tormento per tutto il giorno, sforzandosi di associare quella faccia conosciuta-sconosciuta a qualche avvenimento del passato, imparentarla con altre persone che conosceva; ma non funzionava, non poteva sbarazzarsene, anche se tentava di tenere occupata la mente con altre riflessioni, per esempio pensando al campionato di pallavolo che stava per iniziare.

Era un maggio selvaggiamente caldo, sul viale dell’Indipendenza stavano costruendo la metropolitana e dalla palestra in cui facevano gli scritti dell’esame di maturità – il primo giorno quello di polacco e il secondo quello di storia – si poteva sentire il ritmico martellare dei battipalo che piantavano i piloni d’acciaio sul terreno. Sui banchi tremavano le bottigliette d’acqua, i piattini con i panini, gli orologi che i ragazzi avevano tolto dai polsi e guardavano nervosi in continuazione. I battipalo misuravano il tempo, scandivano i minuti della nuova vita che stava iniziando per loro, che lasciavano la scuola per entrare nell’età adulta – così almeno gli avevano detto e loro ci avevano creduto. Ma non si erano ancora soffermati a pensare in che potesse consistere quell’età adulta e cosa mai volesse dire.

Era il 1987 e Krystian Apostata non credeva che in quel paese qualcosa sarebbe cambiato, per lo meno fino a quando lui era vivo. Pensava piuttosto a come adattarsi a quel vegetare, a come limitare i propri bisogni, sopravvivere, approfittare di quello che c’era e non chiedere nient’altro. Jakub Fidelis invece credeva nel futuro. Senti, qui fra un po’ va tutto a puttane, questo sistema non ce la fa, è alla frutta, vedrai, ancora un paio d’anni, al massimo dieci, e qui non rimarrà pietra su pietra. E allora si potrà ricostruire da zero. E saremo noi a costruire, vedrai. Mi sa che non ci arrivo, scherzava Krystian, ho già diciannove anni, per arrivare a trenta me ne mancano ancora parecchi e anche se ci arrivo potrei non avere più forze, essere già stanco della vita, essere un professore di storia frustrato in stato avanzato di alcolismo, magari insegnerò al Sant’Agostino o, ancora peggio, in una scuola media di Ursynów e non vedrò l’ora di andare in pensione. Dio Cristo, come mi fai incazzare, diceva Fidelis, allora mettiti subito un cappio al collo, così non togli spazio a quelli che davvero vogliono fare qualcosa per questo paese.

Per ciascuno di loro l’età adulta significava qualcos’altro e come non dare ragione qui a chi dice che ognuno ha la vita che si crea? Venti anni dopo Krystian era un artista di nicchia con una dipendenza da alcol che andava a gonfie vele; aveva avuto a un certo punto il suo piccolo successo, ma ora nessuno se lo ricordava più, nemmeno lui. Jakub Fidelis invece stava costruendo il suo paese, il suo futuro migliore, attraverso il suo successo personale stava creando il successo di un popolo intero, a passo di danza stava portando la Polonia dalle steppe dell’Asia verso l’Europa, ballava il tip tap verso un futuro radioso e più era vecchio più ballava con impegno e sacrificio. La dopamina e la serotonina gli ribollivano dentro come in una pentola, oltrepassando tutti i livelli consentiti, scatenando un’euforia così violenta che Fidelis non smetteva di danzare neppure quando il suo programma era finito. Nessuno riusciva a farci niente, né gli altri ballerini, né i tecnici, né gli operatori: tutti si allontanavano spaventati, perché Fidelis saltava come un dannato e li scacciava coi movimenti delle braccia e nessuno aveva certo voglia di prendere delle manate sul muso. Mancavano infermieri esperti o poliziotti che con mosse da professionisti sarebbero stati in grado di fare qualcosa, il pubblico che di solito veniva pagato per applaudire o fischiare a comando restava lì rimbambito, perché quello che stava succedendo non era scritto nel copione, e Jakub Fidelis continuava a ballare con un’espressione epifanica finché non sveniva, semplicemente, col sorriso sulle labbra stramazzava rumorosamente al suolo e restava immobile. E solo allora tutti si precipitavano in suo soccorso, gli si mettevano intorno a cerchio, ma qualcuno aveva fatto in tempo a fare qualche foto col telefonino e un’ora dopo le immagini della trance di Fidelis erano su tutti i siti internet di gossip, mentre il giorno dopo riempivano i giornali scandalistici che poi tenevano compagnia a Fidelis in ospedale, ammonendolo con tono severo, ma anche preoccupato, che col cervello non si scherza, che la dopamina può essere pericolosa come il colesterolo, anche se la sua carenza è ugualmente controindicata, bisogna mantenere livelli di moderazione, un uomo non può essere felice se ha troppo o troppo poco, insegnavano i giornalisti, deve essere tutto nelle quantità giuste: i soldi, il sesso, la dopamina. Dalla carenza e dal sovrappiù nascono tutte le infelicità, le malattie, le delusioni, le coppie si separano, le persone diventano dipendenti, bisogna essere felici, ma non troppo, ricchi, ma senza esagerare, arrivare alla meta tranquillamente, ma con coerenza, sentenziavano i giornali ispirati.

© Krzysztof Varga 2010

© Barbès Editore 2012